Perché il cervello non riesce a stare al passo con un festival?
In ogni istante, sul campo di un festival, strati di bassi, un muro di luci mutevoli e decine di migliaia di corpi in movimento competono per lo stesso canale stretto: l'attenzione cosciente. I neuroscienziati descrivono da tempo un divario enorme tra ciò che i sensi captano e ciò che la mente riesce davvero a seguire. La stima classica, resa celebre dal divulgatore Tor Nørretranders e basata sul lavoro del fisiologo Manfred Zimmermann sul flusso sensoriale, colloca l'input sensoriale grezzo nell'ordine di milioni di bit al secondo, mentre la coscienza ne elabora solo una minima parte. Un festival attiva tutti quei canali insieme: stroboscopi, bassi percepiti nel petto, una folla che si muove come un unico organismo. Il cervello non può analizzare tutto in tempo reale, e questo fallimento non è un malfunzionamento. È la porta d'ingresso.
Cosa succede quando il cervello analitico si spegne?
La teoria dell'ipofrontalità transitoria dello psicologo Arne Dietrich, pubblicata nel 2003 su Consciousness and Cognition, fornisce il meccanismo. Quando i sistemi sensoriali e motori richiedono più energia metabolica di quanta il cervello possa distribuirne ovunque contemporaneamente, il primo sistema a disconnettersi è la corteccia prefrontale, la regione responsabile dell'autocontrollo, della pianificazione e del dubbio. Dietrich ha costruito la teoria per spiegare l'euforia del corridore e la meditazione profonda, ma la stessa logica vale su una pista da ballo: ore di bassi continui, movimento e risposta della folla sono esattamente il carico sensomotorio prolungato che priva il cervello analitico delle risorse di cui ha bisogno per continuare a narrare. Il risultato non è il vuoto. È il flow.
La pista da ballo è una delle poche stanze costruite per travolgere proprio il cervello che passa il resto della settimana a cercare di ottimizzare tutto.
Perché perdere il controllo genera stupore invece che panico?
Lo psicologo di Berkeley Dacher Keltner mappa da vent'anni quella che chiama la scienza dello stupore. In uno studio condotto in 26 paesi, il suo laboratorio ha individuato otto detonatori universali, e l'effervescenza collettiva, l'euforia sincronizzata di muoversi, cantare o ballare insieme in una folla, era uno di questi. Le ricerche di Keltner mostrano che lo stupore placa la rete neurale di default del cervello, il circuito autoriferito che racconta chi siamo e come stiamo andando, mentre attiva il nervo vago. Questa è la differenza tra un sovraccarico vissuto come minaccia e uno vissuto come trascendenza: lo stesso diluvio sensoriale che, da soli in una stanza silenziosa, suonerebbe come un'emergenza, diventa comunione dentro una folla che sta provando la stessa cosa.
Perché il tuo lavoro scompare sulla pista da ballo?
La sezione precedente spiega il meccanismo neurale, ma gli psicologi hanno documentato ciò che accade davvero all'identità in una folla, ed è qualcosa che va oltre la semplice perdita di autocontrollo. Il sociologo Gustave Le Bon sosteneva già nel 1895 che una folla dissolve l'individuo in una mente collettiva. Un secolo dopo, gli psicologi Stephen Reicher, Russell Spears e Tom Postmes hanno rivisto quell'idea in quello che hanno chiamato il modello dell'identità sociale della deindividuazione: l'anonimato e l'immersione in una folla non cancellano il sé, ne spostano quale sé è attivo, dall'identità personale che tiene traccia del lavoro, dello stipendio e della reputazione presso persone che conoscono i tuoi genitori, a un'identità sociale condivisa definita dal gruppo stesso. Sul campo di un festival, quell'identità condivisa è tutta la gente intorno a te che si muove sulla stessa linea di basso. Le persone accanto a te non conoscono il tuo lavoro né il tuo cognome, e per qualche ora non lo fa nemmeno la parte del tuo cervello che di solito ne tiene il conto. Al suo posto non resta il vuoto, resta la folla stessa, indossata come un sé temporaneo.
Perché continuiamo a inseguire quella sensazione in un mondo che ottimizza tutto?
Lo psicologo britannico David Lewis ha coniato il termine sindrome da fatica informativa dopo uno studio commissionato da Reuters nel 1996 su dirigenti sommersi dai dati, una diagnosi che oggi somiglia alla vita quotidiana: dashboard, notifiche, una cultura che tratta ogni ora come qualcosa da misurare e migliorare. Un festival è uno dei rari ambienti costruiti per fare l'esatto contrario. Non chiede al cervello nulla da ottimizzare. Gli chiede di smettere di provarci, e il sistema nervoso vive quella resa come un sollievo proprio perché quasi non ne ha mai l'occasione. Questa è la vera ragione per cui la sensazione è così difficile da descrivere dopo, e così facile da voler ritrovare: per una notte, la parte del cervello che tiene il conto ha finalmente potuto, con sollievo, smettere di vigilare.



