L'affluenza a Save The Rave, una rave diurna all'aperto costruita sulla nostalgia anni '90 e sui classici da club al Royal Cornwall Showground di Wadebridge, il 12 settembre, è rimasta ben al di sotto delle promesse. Quello che è successo dopo è ciò che ha fatto il giro dei social: chi ha davvero lavorato all'evento dice di non essere mai stato pagato, e chi lo ha organizzato è sparito.
Cosa è successo davvero a Save The Rave?
L'agenzia di booking Dyard Events rappresentava 10 DJ e 2 ballerine in scaletta. Secondo Mixmag, l'agenzia afferma che nessuno di loro ha visto un centesimo, e che gli organizzatori sono irraggiungibili: "Non hanno pagato nessuno, né risposto a messaggi o chiamate. Sono semplicemente spariti senza lasciare traccia." Gli artisti non hanno nemmeno avuto il palco promesso: ad attenderli, secondo il racconto di Mixmag, c'era "semplicemente un gazebo con un tavolo sotto", al punto che hanno finito per ridere durante i loro set invece di andarsene. Ad alcuni era stato promesso anche un soggiorno in un Premier Inn; all'arrivo, nessuna prenotazione risultava a loro nome. Sul posto, l'alcol era già esaurito alle 17:30, e i partecipanti presenti hanno parlato di uno "spettacolo penoso" e di un "caos totale".
"Non hanno pagato nessuno, né risposto a messaggi o chiamate. Sono semplicemente spariti senza lasciare traccia."
Chi paga davvero il conto?
I DJ e le ballerine sono le vittime più visibili, ma non le uniche. Un fornitore presente sul posto racconta a Mixmag di essere rimasto con un buco di 7.000 sterline, nonostante la promessa di rimborso degli organizzatori, dopo aver investito tempo, merce e personale considerevoli per la giornata. È questa la parte dell'economia dei festival di cui si parla meno fuori dal settore: un promoter può promettere più affluenza del reale, investire poco nell'infrastruttura e sparire, mentre DJ, ballerine, fornitori di catering e piccoli commercianti che si erano fidati della prenotazione si ritrovano a incassare la perdita. Gli organizzatori hanno offerto una sola linea di difesa, citando "serie preoccupazioni per la sicurezza" legate a barriere inadeguate del sito come motivo per cui l'evento non poteva svolgersi in sicurezza, il che non risolve né i cachet non pagati né il conto del fornitore.
Perché questa storia conta oltre un singolo showground della Cornovaglia?
La stampa britannica ha colto il paragone ovvio e ha ribattezzato l'evento il Fyre Festival della Cornovaglia, la scorciatoia che descrive un promoter che vende una promessa di lifestyle che infrastruttura e denaro non sostengono mai. La scala non ha nulla a che vedere con il disastro delle Bahamas del 2017, ma il meccanismo è identico: una rave di un giorno venduta sulla nostalgia e prenotata su un unico sito, senza riserve di cassa visibili per coprire i cachet degli artisti o i contratti con i fornitori se la biglietteria non raggiunge le proiezioni. Un promemoria del fatto che i DJ in fondo alla locandina e i fornitori che montano il proprio stand sono quelli con meno potere contrattuale e meno protezione quando un evento va male, e che un restyling nostalgico appariscente non sostituisce mai un promoter capace di pagare ciò che promette.
Perché conta
Cachet non pagati e un fornitore lasciato al proprio destino non sono un semplice incidente isolato: rivelano quanto sia sottile il cuscinetto finanziario nella fascia bassa del circuito dei festival diurni britannici, dove artisti e piccoli commercianti si accollano un rischio che gli organizzatori rifiutano di assumersi.
Cosa ne pensiamo
Questo è il fallimento meno spettacolare ma più comune del business dei festival: non un crollo aziendale da prima pagina, ma un piccolo promoter che ha svenduto una giornata e non aveva più nulla quando la realtà non ha rispecchiato le promesse. Agenzie di booking e fornitori dovrebbero pretendere acconti e garanzie scritte prima che venga proposta loro la prossima rave nostalgica della Cornovaglia, perché "spariti senza lasciare traccia" non è un piano di business da accettare due volte.



