Ai DJ viene sempre fatta la stessa domanda pigra a ogni festa: non è mica solo premere play? La neuroscienza dice di no, ed è più precisa di quanto la maggior parte dei DJ immagini sul proprio mestiere.
Cosa succede davvero nel cervello di un DJ mentre mixa?
Uno studio del 2022 pubblicato sull'International Journal of Psychology and Neuroscience, firmato dal ricercatore Samuel Pombo, è uno dei pochi a concentrarsi specificamente sul mixaggio invece di mettere i DJ nello stesso calderone dei musicisti in generale. Ha rilevato che beatmatching, blending e cueing attivano contemporaneamente i centri uditivi e mnemonici, il lobo frontale che gestisce la pianificazione e la corteccia motoria e sensoriale che coordina i movimenti manuali. Lo studio descrive anche quali sistemi di memoria un DJ usa a metà set: memoria episodica (come ha reagito il pubblico a un brano l'ultima volta), memoria dichiarativa (tonalità e struttura di un brano), memoria procedurale (il gesto automatico del mix stesso) e priming (riconoscere un disco da pochi secondi di intro). La stessa scelta dei brani è legata al circuito dopaminergico mesolimbico, lo stesso circuito di ricompensa attivato da cibo, sesso e droghe.
"La musica è una sorta di droga legale che migliora le prestazioni", secondo Costas Karageorghis, psicologo dello sport all'Università Brunel.
Perché il DJing non è stato studiato quanto uno strumento?
Perché lo studio di uno strumento ha decenni, e budget di ricerca molto più consistenti, alle spalle. Studi controllati mostrano che imparare il piano o la chitarra provoca cambiamenti neuroplastici misurabili nelle reti motorie, uditive e del linguaggio, con miglioramenti della memoria verbale rilevati già dopo dieci settimane. Il DJing, come materia accademica, è ancora al primo capitolo. Lo studio di Pombo del 2022 sembra un primo tentativo di mappare il territorio, non un consenso consolidato, e non esiste uno studio equivalente su più settimane che verifichi se il cervello di un DJ alle prime armi cambi come quello di un pianista alle prime armi. Questo divario dice meno sull'effetto reale del DJing e più su chi si è preso la briga di finanziare la domanda.
Un vero neuroscienziato conferma che fare il DJ è un allenamento per il cervello?
Floating Points, produttore e DJ londinese nato Sam Shepherd, è quanto di più vicino esista a un caso di studio vivente. Prima di Elaenia, il suo album d'esordio del 2015, Shepherd ha trascorso anni a conseguire un dottorato in neuroscienze allo University College London, studiando come piccoli RNA regolino la percezione del dolore nei neuroni. Ha co-firmato quei risultati in uno studio del 2010 pubblicato sul Journal of Neuroscience, sui canali del sodio e l'eccitabilità dei nocicettori, prima di dedicarsi interamente alla musica. Shepherd non ha mai pubblicato uno studio sul DJing in sé. Ciò che rappresenta, invece, è la prova che il rigore di un dottorato in neuroscienze e le decisioni al millisecondo di un set possono convivere nella stessa testa. Il suo percorso è quello di uno scienziato che ha scelto la musica, non di uno scienziato che l'ha messa alla prova.
Perché è importante
Una scena ancora liquidata come "basta premere play" ha ora prove sottoposte a revisione paritaria del fatto che mixare mette alla prova memoria, pianificazione e coordinazione motoria in tempo reale, e rivela allo stesso tempo quanto poco il mondo accademico si sia finora posto questa domanda, il che la dice lunga su quanto poco riconoscimento riceva ancora questo mestiere.
Cosa ne pensiamo
Niente di tutto ciò sorprenderà chi si è mai trovato dietro due CDJ a cercare di leggere la sala, preparare la transizione successiva e non perdere le basse, tutto insieme. La vera storia qui non è la neuroscienza, è chi la finanzia: l'insegnamento degli strumenti ha università e budget di ricerca alle spalle, il DJing ha a malapena una propria nicchia. Questo divario si colmerà quando più istituzioni tratteranno il mixaggio come un mestiere degno di essere studiato, non come un trucchetto da festa.



